Per vedere bisogna sollevare il velo, operando uno sforzo conoscitivo che separi l’apparenza dalla sostanza. È con questa premessa metodologica, radicata nella filosofia siculo-greca e nel dubbio socratico, che Emilio Isgrò presenta la sua nuova sfida intellettuale. Dal 10 aprile al 29 settembre 2026, le sale del Museo Real Bosco di Capodimonte ospitano “Canto Napoli”, un progetto inedito curato dal direttore Eike Schmidt che segna l’incontro tra la pratica della cancellatura e l’anima melodica della città.
L’artista, protagonista indiscusso dell’arte contemporanea internazionale e recentemente insignito del Premio Costa Smeralda per la “Cultura del Mediterraneo”, rivolge per la prima volta il suo gesto poetico e critico al repertorio della musica napoletana. Proprio quel riconoscimento, che celebra la sua capacità di dare voce all’identità profonda del bacino mediterraneo, trova in questa mostra una naturale prosecuzione: Isgrò non agisce da osservatore esterno, ma da erede di una civiltà che si fonda sulla parola e sul pensiero. Il corpus delle partiture di alcuni tra i brani più celebri della tradizione partenopea viene sottoposto a una rigorosa operazione di cancellatura che, lungi dal distruggere, protegge la memoria dall’usura del tempo.
Sulle superfici di carta stoffa montata su legno, il tratto di Isgrò lascia emergere solo frammenti, trasformando gli spartiti in componimenti ermetici che costringono il visitatore a una decifrazione attiva. L’elemento dinamico di queste opere è affidato a una moltitudine di formiche e api che brulicano sulla superficie, attratte idealmente dalla dolcezza delle armonie e dei versi custoditi nelle righe. Come osserva il curatore Eike Schmidt, queste processioni di insetti introducono una dimensione sociale, una coreografia collettiva che sembra interpretare il carattere stesso dei brani, come accade nei grandi grumi che popolano lo spartito della Tammurriata nera. La mostra si estende oltre la bidimensionalità con l’inclusione di tre lavori a tutto tondo: due mandolini e una chitarra classica, simboli della cultura napoletana, anch’essi attraversati dagli insetti che ne ridisegnano la percezione estetica.
La selezione delle opere spazia attraverso due secoli di storia, partendo dal 1839 con Te voglio bene assaje per arrivare fino ai classici contemporanei di Pino Daniele, passando per icone come ‘O sole mio, Malafemmena e Napul’è. Isgrò rivendica la centralità storica di questa tradizione, definendola profondamente democratica per la sua capacità di far dialogare i grandi maestri del San Carlo con la cultura popolare. L’allestimento, situato nei pressi della sala del presepe napoletano, pone l’intervento di Isgrò in un dialogo serrato con la tradizione figurativa settecentesca, offrendo una visione di Napoli che sfugge all’omologazione. Il progetto, documentato da un catalogo edito da Treccani, conferma la missione di un artista che pone ostacoli davanti alla visione per suggerire un percorso di conoscenza più autentico.

Davide Mosca

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