C’è un’altra voce di Paolo Conte che forse pochi hanno ascoltato. Non vibra di note jazz né si posa su versi malinconici: è fatta di linee, colori e figure che affiorano silenziose sulla tela. È la voce del pittore, l’espressione più intima e riservata dell’artista astigiano. Dal 5 novembre 2025 al 25 gennaio 2026, quella voce si svelerà per la prima volta al pubblico nella mostra “Original”, allestita a Palazzo Mazzetti di Asti. Il pubblico lo conosce e lo ama da decenni come autore di canzoni immortali, capaci di fondere atmosfere jazz, visioni surreali e un’eleganza inconfondibile. Ma Paolo Conte non è solo il cantore malinconico della provincia e delle passioni universali: da sempre coltiva un dialogo segreto e profondo con la pittura. Un’attitudine nata negli anni della sua formazione e rimasta costante nel tempo, quasi una seconda voce, parallela a quella musicale. Dal 5 novembre 2025 al 25 gennaio 2026, la città di Asti – sua terra d’origine – rende omaggio a questo lato meno noto con “Original”, la prima grande mostra retrospettiva sull’opera pittorica di Conte. Promossa dalla Fondazione Asti Musei con Arthemisia e curata da Manuela Furnari, l’esposizione raccoglie lavori che attraversano l’intero arco della sua vita creativa, restituendo un ritratto inedito e intimo del maestro. Per Conte la pittura non è mai stata un esercizio accessorio, ma una vera e propria forma di confessione, forse ancora più autentica della musica. Nei suoi quadri e disegni emergono un tratto deciso, l’ironia surreale, l’amore per il dettaglio e una tensione poetica che riconduce immediatamente al suo universo canoro. I suoi lavori non imitano né descrivono: evocano. Tra colori intensi e linee essenziali si colgono atmosfere sospese, figure che sembrano provenire dallo stesso “teatro immaginario” delle sue canzoni. Se nella musica Conte ha saputo mischiare jazz e chanson, nella pittura il suo linguaggio si avvicina a una figurazione poetica e ironica, a metà strada tra l’espressionismo e una tradizione novecentesca che guarda tanto al surrealismo quanto al realismo magico italiano. Alcuni tratti rimandano alla lezione di artisti come De Chirico, Severini o Scatizzi, ma sempre filtrati da uno sguardo personale, più intimo e narrativo. Il titolo, “Original”, racchiude la doppia valenza della mostra. Da un lato sottolinea la genuinità di questa produzione, non mediata né condizionata dal successo musicale; dall’altro richiama il carattere irripetibile e unico del suo percorso. Le opere esposte – tele, bozzetti, disegni – compongono un mosaico che permette di leggere la pittura di Conte come un prolungamento della sua poetica, ma anche come un mondo autonomo, dove la musica non è eco ma fratello silenzioso. Palazzo Mazzetti, già sede di importanti mostre dedicate ai grandi maestri del Novecento, diventa così lo spazio ideale per raccontare questo viaggio privato e sorprendente. Il percorso espositivo invita lo spettatore a spogliarsi dei preconcetti, a dimenticare per un attimo il cantautore, per incontrare il pittore. In un panorama culturale che spesso separa rigidamente le discipline, la figura di Paolo Conte ricorda che la creatività autentica è sempre multiforme. Così come in Italia altri artisti – da Gino Paoli a Franco Battiato – hanno esplorato il rapporto tra arti visive e musica, Conte dimostra che pittura e canzone possono essere due facce dello stesso sguardo poetico. “Original” non è soltanto un tributo a una carriera straordinaria, ma un’occasione rara per scoprire il lato più segreto di un autore che ha segnato la cultura italiana. Un ritorno ad Asti che ha il sapore di una confessione privata, condivisa per la prima volta con il pubblico.

In fondo, guardando i suoi quadri, si ha la stessa sensazione di quando si ascolta una sua canzone: quella di entrare in un mondo elegante e surreale, dove l’ironia si intreccia con la malinconia e la vita si fa improvvisazione jazz.

Davide Mosca

 

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