C’è un istante preciso in cui il mondo dell’automobile ha smesso di guardare indietro per proiettarsi in un futuro che nessuno, fino a quel momento, aveva osato immaginare. Quel momento porta la data del 10 marzo 1966. Al Salone di Ginevra, tra lo stupore di chi era abituato alle rassicuranti proporzioni delle Gran Turismo dell’epoca, fece irruzione una creatura bassa, larga e sensuale che non chiedeva permesso: la Lamborghini Miura. Non era solo una macchina, era un terremoto tecnico ed estetico che, a sessant’anni di distanza, continua a far vibrare l’asfalto di Sant’Agata Bolognese e i cuori dei collezionisti di tutto il pianeta attraverso una celebrazione che oggi si fa carne, metallo e arte. Tutto ebbe inizio da un’intuizione che oggi definiremmo eretica. Una squadra di giovani ingegneri guidata da Gian Paolo Dallara e Paolo Stanzani decise di sfidare le leggi della fisica applicando alla strada un’architettura nata per le corse: il leggendario motore V12 montato trasversalmente in posizione centrale. Era il “Progetto L105”, un cuore meccanico da 3.929 cc capace di erogare fino a 385 CV nella sua evoluzione finale, la SV. Quando Ferruccio Lamborghini vide quel telaio nudo — una struttura tubolare in acciaio da soli 120 kg — al Salone di Torino nel 1965, intuì che avrebbe scritto la leggenda. Quella stessa struttura originale, verniciata in nero opaco, apre oggi il percorso espositivo “Born Incomparable” presso il Museo Automobili Lamborghini, una mostra inaugurata il 18 marzo 2026 che, fino a gennaio 2027, permette di toccare con mano la genesi di un mito.
Ma la Miura non sarebbe stata la stessa senza la “scarpa perfetta” promessa da Nuccio Bertone e disegnata da Marcello Gandini. Una silhouette alta appena 105 centimetri, un predatore caratterizzato dalle iconiche “ciglia” sui fari che oggi rivive nel museo accanto a pezzi unici e leggendari. Tra questi spicca la Miura Roadster del 1968, l’esemplare unico in Lamè Sky Blu privo di tetto che trasforma la meccanica in scultura, e la rarissima SVJ, figlia delle sperimentazioni estreme del collaudatore Bob Wallace. Il racconto della mostra non si ferma al passato, ma lancia un ponte verso il presente con l’ultima Aventador Ultimae Roadster “Miura Omaggio” e lo studio di design Miura Concept creato da Walter de’ Silva nel 2006, a dimostrazione di un DNA che non accetta di sbiadire.
Questa celebrazione del sessantesimo anniversario non resta però confinata tra le mura di un museo, ma si trasforma in un palcoscenico itinerante. Come sottolineato da Federico Foschini, Marketing and Sales Officer della Casa, il 2026 è l’anno di una spinta decisiva verso il futuro che passa per la riscoperta delle proprie radici. Il programma delle iniziative è imponente: spicca su tutte il Tour Lamborghini Polo Storico, dedicato esclusivamente alla Miura, che dal 6 al 10 maggio attraverserà il Nord Italia partendo dal Piemonte per concludersi trionfalmente alla Lamborghini Arena, il grande festival della Casa di Sant’Agata Bolognese previsto all’autodromo di Imola il 9 e 10 maggio. L’omaggio corale trova la sua sintesi artistica perfetta nell’opera “Disintegrating X – Miura” di Fabian Oefner esposta al museo, dove una Miura SV sembra esplodere in migliaia di frammenti sospesi, congelando in un’immagine iperreale due anni di restauro e sessant’anni di ossessione per la velocità. La Miura, in fondo, resta questo: un istante di rottura che dura da sei decenni, la prova che il vero cambiamento appartiene a chi ha il coraggio di sfidare ogni convenzione.
Davide Mosca





