L’ingresso dell’intelligenza artificiale nel dominio dell’estetica contemporanea non rappresenta più la semplice adozione di un nuovo strumento tecnico, ma segna una radicale rimodulazione del concetto stesso di creatività, ponendosi come un’espansione della memoria collettiva piuttosto che come una mera scorciatoia esecutiva. È su queste premesse teoriche che si fonda “Ritratti del Tempo Presente”, la personale dell’artista Massimo Migoni che ha inaugurato l’8 gennaio presso gli spazi del Temporary Storing della Fondazione Bartoli Felter a Cagliari. Curata da Roberta Vanali, l’esposizione si è rivelata fin dalle prime battute un’indagine filosofica complessa, dove le sedici opere in mostra non si limitano a stupire per la perizia tecnica, ma sfidano lo spettatore a guardare negli abissi della contemporaneità. Il progetto, visitabile in via XXIX Novembre, nasce dalla volontà di rendere visibile ciò che per natura rimane nell’ombra — pulsioni collettive, crisi ambientali, fragilità umane — utilizzando l’AI come uno specchio chiarificatore.
Migoni, forte di una carriera quarantennale come grafico e visual designer, dimostra un’innata abilità nel governare il “caos” degli algoritmi (come MidJourney, Bing e FireFly), trasformando i prompt in una precisa costruzione consapevole. Il ritratto, in questo contesto, smette di essere la rappresentazione fedele di un volto per diventare la mappatura di un’identità collettiva in perenne mutamento, quasi un prodotto ibrido che riflette la commercializzazione del sé tipica della nostra epoca. Aggirandosi tra le opere, il visitatore viene catturato da due grandi filoni espressivi che dialogano per contrasto, restituendo la doppia anima della macchina. Il primo, più dinamico ed etereo, è dominato da una tavolozza di colori freddi: qui la luce si infrange su texture che ricordano l’acqua e la plastica, creando un groviglio di oggetti di scarto talmente dettagliato da confondere l’occhio umano, metafora visiva di una crisi ecologica e interiore ormai inscindibile dal nostro quotidiano. Il secondo filone, più statico e solenne, cita invece inequivocabilmente la scultura classica e la pittura barocca. In queste tavole, l’elemento sintetico non è più fluido, ma costruisce una struttura architettonica attorno al volto, simulando la preziosità della porcellana o del marmo levigato sotto una luce teatrale che ne accentua drammaticamente la profondità.
In questo luogo di confine incarnato dal progetto di Migoni, dove l’occhio umano si sovrappone a quello della macchina, emerge con forza la vera natura dell’identità nell’epoca contemporanea: una realtà spuria, affascinante e al contempo disturbante. La mostra, che attesta la capacità dell’artista di aggiornare il linguaggio dell’arte classica per affrontare le inquietudini odierne, rimarrà visitabile fino al 23 gennaio, dal lunedì al venerdì dalle 17 alle 19.30, offrendo al pubblico l’occasione di osservare come l’arte possa ancora restituire complessità in un mondo sempre più sintetico.

Davide Mosca

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