ll vuoto lasciato nella musica italiana ha una data precisa: maggio 2021. Da allora, in molti hanno tentato di colmarlo con omaggi e ricordi, ma ci sono voluti cinque anni esatti e la solennità geometrica del MAXXI per restituire non solo il ricordo, ma la presenza di Franco Battiato. Roma inaugura “Franco Battiato. Un’altra vita”, e la notizia non è tanto l’apertura della mostra in sé, quanto la modalità scelta per raccontare un’assenza così importante. Da metter da parte le retrospettive cronologiche didascaliche: qui la scommessa è esporre l’invisibile. Come si mette in vetrina la mistica? Come si archivia il genio? La risposta dei curatori ribalta le gerarchie museali. L’ingresso nell’universo Battiato non avviene attraverso lo sguardo, ma tramite l’udito. Il fulcro dell’allestimento è uno spazio centrale dedicato all’ascolto immersivo: un nucleo sonoro che agisce come un diapason per il visitatore, sintonizzandolo sulle frequenze di un artista che è stato cantautore, compositore, filosofo e intellettuale. È da questo “centro di gravità” acustico che la mostra esplode verso l’esterno, quasi a voler dimostrare fisicamente come la musica fosse solo il motore immobile di una creatività molto più vasta. Uscendo dal cono d’ombra del suono, il percorso diventa tangibile e materico. I corridoi del MAXXI si trasformano in un archivio sentimentale del Paese: copertine di album che hanno segnato l’estetica di decenni diversi, poster storici, fotografie — tra cui spicca quella iconica di Alessio Pizzicannella — e cimeli rari. Ogni oggetto esposto racconta un pezzo di quella rivoluzione gentile con cui Battiato ha scardinato la forma canzone, iniettando dosi massicce di filosofia e avanguardia nelle classifiche pop, senza mai perdere il contatto con il grande pubblico. Tuttavia, il vero scoop culturale della mostra risiede nelle sezioni laterali, quelle che illuminano le zone d’ombra della sua carriera. “Un’altra vita” documenta con rigore la metamorfosi di Battiato in Suphan Barzani (il suo pseudonimo pittorico), svelando un immaginario fatto di tele, simboli e suggestioni mediorientali. E ancora, la sua “terza vita”: quella cinematografica. La sezione video ripercorre gli anni più recenti, in cui la macchina da presa era diventata per lui lo strumento privilegiato per continuare le sue ricerche spirituali, in un dialogo ininterrotto con la contemporaneità e il sacro. L’operazione, per la sua complessità, ha richiesto una sinergia di alto profilo. L’evento è coprodotto dal Ministero della Cultura e dal MAXXI, con l’organizzazione operativa di C.O.R. (Creare Organizzare Realizzare) di Alessandro Nicosia. A garantire che la narrazione non tradisse lo spirito del Maestro, la supervisione della Fondazione Franco Battiato ETS. Visitare il MAXXI in questi giorni non significa solo rendere omaggio a un artista scomparso. Significa entrare in una stanza dove il tempo sembra essersi fermato, o forse, come avrebbe preferito lui, dove il tempo non è mai esistito davvero.
Davide Mosca





