La miriade di iniziative legate all’edizione 2024 sono nelle mani esperte di Alessandro Pedrosa, curatore brasiliano e già direttore del MASP, è il direttore artistico orgogliosamente queer
Quest’anno la mostra della Biennale, Padiglioni e la miriade di iniziative, sono nelle mani esperte di Alessandro Pedrosa (Rio de Janeiro, classe 1965). Curatore brasiliano e direttore del MASP, Museu de Arte de São Paulo, è stato finalmente nominato direttore artistico della 60. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia. Vanta l’indiscusso titolo di pioniere come curatore originario del Sudamerica e l’essere dichiaratamente e orgogliosamente queer. Estro del tutto nuovo per l’elevato ruolo che ricopre, mira a estraniare il sistema ortodosso dell’arte e del suo mercato; impegnando la sua carriera nel tentativo di annientare il pedante stampo coloniale. Essendo il primo curatore della Biennale di Venezia a presentarsi come attuale cittadino e lavoratore del Sud America, mira a celebrare la multiforme diversità delle comunità emarginate e sottorappresentate sparse per il mondo. Probabilmente sono il primo curatore di una Biennale Arte di Venezia ad aver fatto ricerca sul campo a Nairobi, Luanda, Asunción, e forse il primo a farsi guidare da considerazioni come “non ho ancora inserito artisti dell’Indonesia, del Ghana…“. Ho studiato molto attentamente questi luoghi, questa era la responsabilità che sentivo più importante, molto più che selezionare artisti dalla Spagna, dalla Germania o dalla Francia, anche se ho incluso artisti immigrati che vivono e lavorano in questi Paesi. Il titolo da lui aggiudicato Stranieri Ovunque, né rispecchia il nobile intento. Decagono agli imperdibili padiglioni di Venezia.
Nigeria, Dorsoduro
Il Palazzo Correr ospita il Paese riflettente una luce che si distacca radicalmente dalle sue cicatrici e ferite ancora fresche. Nigeria Imaginary, ispirandosi al visionario laboratorio Mbari Club di Ibadan del 1961, identifica con grande maestria gli obiettivi ultimi necessari per il ripristino della agency e della modernità nera e africana. Ben due piani e mezzo dello storico Palazzo Correr sono a questo nobile proposito adibiti ad impressionanti installazioni, manufatti storici nigeriani, fotografie, dipinti che ricoprono l’intero soffitto e allestimenti interattivi musicali conducibili con l’iPad. Cuore pulsante sono il Monument to the Restitution of the Mind and Soul, opera dedicata alle razzie dell’antico e dimenticato Benin, commissionata dal Museum of West African Art, MOWAA, all’artista Yinka Shonibare nel 2023; e Blackwood: A Living Archive, composta da un’ampia parete ricoperta da una commovente distesa di manganelli e realizzata da Ndidi Dike.
Turchia, Arsenale
Regge la bandiera turca una tra le artiste più celebri artiste del paese, Gülsün Karamustafa, nata ad Ankara nel 1946. Le sue idee sono ambiziose, e mirano alla necessaria modernizzazione della Turchia, raggiungibile solamente applicandola alle discusse questioni di identità sessuale e di genere, senza tralasciare la questione migrazione. Il padiglione turco è reato attorno dalla sua opera Hollow and Broken: A State of the World, tramite la quale analizza le disastrose ripercussioni che gli scontri bellici hanno sui valori e le fragilità delle relazioni interpersonali umane.
I lucernari in prezioso vetro veneziano frammentato e filo spinato, sono il connubio tra riciclo e raffinatezza, volto a rappresentare gli aspetti estremi dell’esistenza: la bellezza e la guerra.
Polonia, Giardini
Inaspettato protagonista è il collettivo artistico ucraino Open Group. Repeat after Me II prevede la toccante visione di due proiezioni video ritraenti alcuni rifugiati ucraini impegnati a replicare vocalmente gli strazianti suoni provocati dalla guerra. Sirene, proiettili, esplosioni e colpi di cannone sono riprodotti con l’aiuto di un’impressionante vocabolario onomatopeico accostato da una lettura in sottofondo intenta nella descrizione di un’arma letale. L’atmosfera è resa ancora più angosciante dalla presenza di una serie di anonimi microfoni che invitano il pubblico al karaoke sulle note, definite dalla curatrice Mart Czyż, della colonna sonora di una guerra.
Giappone, Giardini
Il Paese del sol levante spedisce invia disperde artisti in tutto il globo, gelosi custodi delle secolari credenze e tradizioni giapponesi, con il vizio di svelarne gli incanti, seppur vincolati dall’obbligo di celarne i secolari segreti. Yuko Mohri è una di loro. Nata a Kanagawa nel 1980, approda a Venezia per ammaliarci con Compose. Opera che può considerarsi soggettiva, poiché è pensata e realizzata, sotto la cura della direttrice artistica della Biennale del Sud Korea del 2023 Gwangju Sook-Kyung Lee, per controbattere al comportamento del pubblico in base al suo singolare comportamento. Il mosaico di sculture acquatiche infatti, oltre a rifarsi all’usanza giapponese di tamponare con mezzi di fortuna le perdite d’acqua, emana un umido profumo di fiori a seconda dell’interazione ricevuta. Ombrelli, ventagli, stivaletti per la pioggia e lampadine delineano delicate coreografie arricchite da frutti marcescenti collegati direttamente a elettrodi incaricati di tramutare gli impulsi in giocose melodie. La stravagante polifonia degli elementi si riduce nella profonda riflessione dell’enigmatico equilibrio tra vita e arte.
Gran Bretagna, Giardini
La regista e artista anglo-ghanese John Akomfrah, originaria di Accra nella quale è venuta al mondo nel 1957, focalizza l’attenzione della sua personale su due principali e imprescindibili temi: l’acqua e l’attivismo. Entrambi trattati con un approccio a dir poco all’avanguardia. L’esposizione, infatti, interagisce con l’attivismo prestandosi alla dimensione sensoriale del suono tramite una performance canora rastafariana. Listening All Night to the Rain approfondisce in cinque Canti le memorie e il bagaglio culturale di coloro che rappresentano la cosiddetta diaspora inglese. Il colonialismo è discusso con la chiave culturale e musicale degli oppressi e delle vittime, scardinando la serratura arrugginita /porta insabbiata impolverata delle atrocità dei colonizzatori.
Malta, Arsenale
Matthew Attard esibisce un’ardua considerazione sul filo che lega il tempo passato e quello futuro. I will follow the ship omaggia i celebri e antichi graffiti navali della sua città natale, Malta, attuando una cooperazione tecno-umana. È l’ausilio della tecnica utilizzata per comporre il disegno, l’eye-tracker, a sfumare il netto confine tra umanità e macchina e a dare il titolo dalla sottile e gioconda dualità I/eye. Tracciando gli spostamenti oculari di Attard, il marchingegno riproduce sugli ampi pannelli le sagome delle navi maltesi, nella ottimistica speranza di una sempre più fruttuosa cooperazione a due menti…Una delle quali computerizzata.
Italia, Arsenale
La collaborazione italiana tra gli artisti Luca Cerizza (Milano, 1969) e Massimo Bartolini (Cecina, 1962), sfoggia uno dei padiglioni più sofisticati della Biennale. Due qui/To Hear elogia la pausa, la contemplazione in questa frenetico caos. L’arioso spazio tripartito conforta i presenti nella travagliata visita all’Arsenale, conducendolo dinnanzi ad un pensatore Bodhisattva sotto forma di statuetta. Accomodata al principio di un apparentemente interminabile canna d’organo, accoglie i curiosi provenienti sia dall’ingresso principale che dal Giardino delle Vergini, anch’esso ambiente del padiglione italico. Lo spazio centrale rivela un intricato labirinto in tubi metallici fabbricati per ponteggi, culminante in una vasca contenitiva circolare. Al suo interno un’onda dalle sinuosità incantatrici, replica costantemente il suo moto.
Croazia, Cannaregio
Il moto e lo scambio hanno la meglio sull’artista, o meglio, quest’ultima li totalizza in un’unica sinergica opera collettiva. Vlatka Horvat, Croazia 1974, comprende astutamente l’impareggiabile potenza che l’interscambio culturale possiede nella totalità del cosmo, essendone l’essenza. L’artista decide quindi di esporre opere bidimensionali appartenenti ad artisti di ogni nazionalità accomunati dalla condizione individuale, l’inevitabile diaspora. Protette da cornici minimaliste in legno chiaro, i pezzi d’arte creano un immenso archivio che rende omaggio al tema dell’edizione corrente Stranieri Ovunque, alimentando la complessa macchina logistica con la spedizione di opere-collage realizzate in loco dall’artista croata in risposta ad ognuna della preziosa moltitudine ricevuta. Illuminato dalla luce naturale permessa dalle vaste vetrate, il padiglione documenta le abili strategie d’interazione tra nazioni (diretta unicamente da Horvat e suoi amici e conoscenti) divenendo, inoltre, la dimora dell’artista sino al termina della Biennale.
Francia, Giardini
La parigina Julien Creuzet (classe 1986), ci prende per mano e ci immerge sino al collo nella sua eredità caraibica. Il francese creolo della Martinica è protagonista dei componimenti poetici dell’artista che riecheggiano tra le pareti del padiglione, impigliandosi nelle fitte trame delle sculture pendenti dall’alto soffitto. Attila cataracte ta source aux pieds des pitons verts finira dans la grande mer gouffre bleu nous nous noyâmes dans les larmes marées de la lune, è il prolisso titolo in lingua della vivace opera costellata di video simulazioni sottomarine. Una miraggio ultraterreno dai requisiti futuristici.
USA, Giardini
Un tuffo nelle variopinte acque delle origini Cherokee e Choctaw e nell’identità queer di Jeffrey Gibson sono l’ideale per un refrigerante bagno di puro brio. Venuto al mondo nel 1972 a Colorado Springs, è il primo artista indigeno americano ad essersi aggiudicato l’onore di rappresentare gli Stati Uniti alla prestigiosa Biennale 2024. La sua duale identità è individuabile nei suoi capolavori policromi, dalle paperelle sommerse di perline, a quelli narrati da poesie visive. Termina l’esperienza un ipnotico video caleidoscopico ritraente ballerini indigeni. In una tradizionale danza indigena. Sulle note dei The Halluci Nation, il duo elettronico di Ottawa, Canada, conosciuto come A Tribe Called Red, una tradizionale danza indigena anima i silenziosi muri veneziani.
Sibilla Panfili





