Lorenzo Seghezzi, giovane fashion designer del NABA, racconta la sua visione del corsetto ispirato da persone che fanno drag, burlesque e arte performativa queer

Specializzato in corsetteria, è da sempre affascinato da questo indumento. Ti va di farci una piccola presentazione autobiografica per chi non ti conosce: chi sei e cosa fai?
Sono Lorenzo Seghezzi ho quasi 27 anni e sono un fashion designer e gestisco da circa 4 anni il mio brand omonimo, potrei definirmi artista, ma non so, forse è un po’ pretenzioso. Da circa un annetto e mezzo sono un docente, ho iniziato a insegnare in NABA, Nuova Accademia di Belle Arti, che è l’accademia che ho frequentato.
Come mai la scelta di concentrarti sul corsetto?
Sono specializzato in corsetteria, essendo cresciuto nel mondo della nightlife circondato da persone che fanno drag, burlesque e arte performativa queer sono sempre stato affascinato da questo indumento. Fare corsetti è una delle cose che mi piace di più fare al mondo e di cui vado molto fiero perché sono autodidatta. Durante la pandemia ho imparato semplicemente “facendo” passando per un sacco di materiali sprecati, esperimenti, fallimenti. Mi son detto: in qualche modo la gente li fa. Sì, poche persone li fanno, ma comunque qualcuno li fa. Quindi si può imparare. Guardando libri, tutorial, blog su Instagram, Google piano piano ho imparato; ho guardato i corsetti dei miei amici, li ho studiati, finché non ho trovato la mia tecnica.
Hai imparato di recente?
In realtà è tutto recente, mi sono laureato appena prima della pandemia con la prospettiva di trovare subito un lavoro e invece mi sono ritrovato chiuso in casa senza poter fare nulla di tutto quello che avevo progettato.
Sei stato obbligato dall’emergenza a iniziare a lavorare in maniera indipendente?
Sì,infatti per quello prima ti dicevo che il mio obiettivo nella vita non è mai stato effettivamente questo, non ho mai studiato con questa intenzione. Diventare docente mi sta aiutando a capire che nonostante tutto sia nato come gioco ora non lo è più.
Qual è la visione che guida il brand Lorenzo Seghezzi?
È un brand artigianale la cui missione è creare dei capi su misura che vadano a valorizzare quelli che tendenzialmente nell’ambito “moda standard” sono considerati corpi non conformi e quindi spesso marginalizzati se non addirittura non considerati in assoluto. Quello che voglio trasmettere al pubblico, anche per chi non è affine a questo genere di tematiche è che noi siamo individui e siamo tutti diversi l’uno dall’altro, identificarci in due macro classi, maschi e femmine, non ha senso un po’ su tutti i livelli, a maggior ragione per quanto riguarda l’abbigliamento. Perchè come dicevamo prima l’abbigliamento è tendenzialmente l’unione di pezzi di tessuto e la definizione che gli può essere attribuita può andare molto al di là di “maschio o femmina”. Per tutta la passione e l’interesse che ci metto, mi piacerebbe che le persone ci vedessero qualcosa di molto di più di questa banale divisione. Riallacciandoci a tutto il discorso dell’abbracciare le esigenze dell’individuo attraverso lo strumento del “su misura”, ciò comprende anche rispettare qualsiasi espressione di genere.
Il Design Seghezzi adottando la prospettiva della slow production garantisce la qualità dell’artigianato Italiano e si pone controcorrente rispetto al sistema della moda dominante.
È una modalità di produzione che molte piccole realtà indipendenti, sia in Italia che in tutto il mondo, stanno adottando per distribuire i propri prodotti sul mercato. Questa corrente di pensiero sta mettendo in prospettiva alcune cose che negli ultimi decenni sono state date per scontate, come per esempio il bisogno di produrre in quantità smisurate pur di vendere. Io creo su commissione e periodicamente, quindi con dei ritmi che non hanno nulla a che vedere con le serrate stagionalità della moda, presento delle nuove collezioni.
Questo approccio rende la produzione dei capi sostenibile sia da un punto di vista ambientale che umano, poiché ad ogni pezzo viene dedicato tutto il tempo necessario. Anche la scelta dei materiali dal punto di vista dei consumi è una tema che viene preso in analisi, infatti il designer ci spiega che uno degli obiettivi che si pone.
È quello di avere un impatto ambientale minimo, uso materiali di recupero, il che spesso si traduce in materiali prodotti da aziende molto grosse che poi per qualche ragione vengono scartati ma che troveranno nuova vita nei miei lavori. L’idea dunque in generale è di utilizzare i tessuti con questa modalità, tranne chiaramente per alcune cose specifiche quali i materiali per la corsetteria. I tessuti della corsetteria sono tessuti fatti con dei telai apposta.
La NightLife di Milano tra corsetti e Queer performance
Soprattutto per quanto riguarda la NightLife – il mondo Queer insomma – il corsetto per performer e non solo, è quel tassello in più che aiuta a costruire il loro personaggio o la propria sicurezza, che sia per andare a ballare o per salire su un palco . Dobbiamo anche considerare che è un capo di abbigliamento che, proprio perché ha avuto un passato un po’ controverso, oggi assume una forma di rivendicazione. Finalmente le persone stanno capendo che non è uno strumento di tortura, non ha nulla a che vedere con il dolore e anzi se è fatto su misura non deve fare male, certo non è comodo ma un sacco di cose che mettiamo non lo sono.
Insomma ci aiutano a costruire la cosiddetta “fantasy”. I tuoi corsetti dunque sono studiati non per stringere il corpo ma per accompagnarlo nelle forme?
Certo, ma nei limiti del possibile. Tendenzialmente un corsetto agisce su 3 livelli: busto, costato e punto vita. Su busto e costato si deve ancorare ma non stringere perchè ci sono ossa e nervi, l’unico punto su cui potrebbe stringere è il punto vita, poiché è morbido, tutto quello che c’è dentro si può spostare. L’idea dietro al mio design è quella di vendere dei capi che essendo su misura non facciamo male e che quindi non vadano a logorare il corpo. Per quanto riguarda la modifica effettiva del corpo ovviamente dipende dal cliente : c’è chi mi chiede di ridurre il punto vita in modo vertiginoso e chi invece, solo di segnarlo. Per esempio i corsetti che ho fatto a Bigmama riducono di pochissimo il punto vita, nonostante molte persone abbiano scritto sui social commenti tipo: “Ma lei parla tanto del body positive e poi si è fatta strizzare!”. Ma la gente ovviamente è abituata a pensare alle persone plus size come sempre coperte da un sacco di juta – nero – che nel dubbio snellisce.
Le linee verticali.
È quindi necessario uscire da questo schema per permettere a chiunque di sentirsi valorizzato perché il capo d’abbigliamento realizzato è adatto alle sue proporzioni, è fatto per il suo corpo e accoglie le esigenze della persona in questione a prescindere dalla forma, dalle proporzioni, da qualsiasi cosa.
Qual è il messaggio dietro ai capi che Bigmama ha portato sul palco dell’Ariston?
L’idea era quella di creare dei look che valorizzassero la sua fisicità e soprattutto il suo personaggio, voleva proporsi come un personaggio un po’ provocante, ma non in senso canonico, voleva senza mezzi termini raccontare chi è, cosa fa e perchè è lì, questo sia con la canzone che con l’estetica. La prima cosa che abbiamo pensato io e lo stylist era che il modo migliore per valorizzare sia lei che me, fosse l’uso del corsetto, il quale è stato protagonista di tutti e 4 i look realizzati. L’idea è che il primo look fosse tutto nero per poi gradualmente arrivare alla fine con un total red con un riferimento cromatico e concettuale all’album in uscita: sangue. Il mio preferito in assoluto è stato il secondo look, l’idea era quella di portare – penso per la prima volta – sul palco di Sanremo- un reveal – che a noi persone queer sta molto a cuore; ma che per la maggior parte delle persone eterocisnormate è una cosa sconosciuta. Volevamo creare un momento quasi un po’ camp, nel senso che per noi è normale ma ci immaginavamo che per tutte le altre persone non lo fosse.” Mentre veniamo distratti da Mogu, il vivace gattino che scorrazza tra lo studio,
Lorenzo mi racconti la storia che si cela dietro alla scritta posta sui pantaloni che Bigmama sfoggiò quella serata, proprio sul palco più seguito d’Italia?
“Queer revolution fu il titolo che decisi di dare alla mia tesi di laurea. Composta da una collezione di sei look, la tesi era ispirata ai moti rivoluzionari queer degli anni 70’-80’. La scritta appare per la prima volta su una maglietta, un pezzo unico, realizzata per un concorso per una sfilata per CAMERA Nazionale della Moda italiana. Durante la pandemia quando ho aperto il mio e-commerce ho inserito questa maglietta riscuotendo un grande successo. Ciò mi ha riempito il cuore ma d’altra parte sentivo e tutt’ora sento che mettere per iscritto uno slogan così importante su un capo rischiava di renderlo solo un gadget. Era un concetto che non era in linea con il mio linguaggio, quindi ho deciso di non produrla più.
Che senso aveva veicolare un messaggio del genere sul palco dell’ Ariston?
Per Sanremo mi sono spronato nel cercare di ribaltare questi limiti che mi ero autoimposto per paura che le persone pensassero che io stessi cercando di vendere una scritta della comunità snaturando del suo significato. Quindi ho pensato quanto sarebbe figo spiattellare “Queer Revolution” in faccia all’italiano medio che non sa neanche cosa vuol dire e scriverlo sul sedere di Bigmama la cui mossa iconica è twerkare.
Effettivamente è vero, il tipico pubblico di Sanremo non ha molto idea di cosa si intenda con la parola “Queer” e infatti molti hanno letto direttamente Queen Revolution.
A quel punto l’ho proposto a loro e Bigmama ha reagito subito entusiasta con: “Ma sì certo, scrivimelo gigante sul culo!”. Quindi sono molto contento che sia stato accolto dalla comunità come qualcosa in cui le persone queer si sono sentite identificate. La mia idea era stata anche quella di cercare di inserire attraverso un escamotage, dato il clima politico del momento, un messaggio che avesse anche una valenza fortemente rivendicativa, quindi ovviamente anche la scelta di inserire il simbolo trans, nonbinario sulle cosce davanti non è stata casuale. Le persone non sanno neanche cosa vuol dire questo simbolo, quindi la forza del messaggio è che da una parte chi lo sa si riconosce in quel capo,chi non lo sa magari si fa qualche domanda e nel migliore dei casi una mente fertile va su Google e scopre cosa significa.
Il 9 febbraio 2024 la parola “queer” è stata tra le parole più cercate delle ultime 24 ore, più di 50mila persone dopo quella performance hanno cercato su un motore di ricerca che cosa significasse.

A maggior ragione in quanto persona queer ciò che mi piacerebbe creare con il mio immaginario, quindi non solo con i miei capi ma anche attraverso i miei progetti uno spazio che dia luce alla mia comunità, alla mia famiglia, alle persone che mi ispirano. Crescendo non ho mai avuto dei punti di riferimento estetici che mi facessero sentire parte di qualcosa, quindi ciò a cui ambisco è questo, creare qualcosa di rappresentativo. Voglio dichiarare esplicitamente alcuni messaggi senza giri di parole o allusioni un po’ superficiali, I vestiti sono per tutti, ma vorrei che in primis fossero concettualmente un omaggio al mondo da cui provengo, la comunità queer.

Viola De Colombi Bosetti

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