Il Museo MAN di Nuoro ha dato il via alla sua stagione invernale con un progetto espositivo corale che trasforma l’intero edificio in un dispositivo di riflessione sull’abitare, sulla memoria e sulla percezione. Superata la data dell’inaugurazione, il museo si presenta oggi come un percorso fluido dove tre voci distinte – quelle di Franco Pinna, Franco Mazzucchelli e Alfredo Casali – si intrecciano per raccontare il rapporto tra l’individuo e lo spazio che lo circonda. L’esperienza ha inizio con una riscoperta storica di grande rilievo: la mostra dedicata a Franco Pinna nel centenario della sua nascita. Con “Sardegna a colori”, il MAN compie un’operazione di restauro critico che restituisce al pubblico un aspetto quasi ignoto del grande fotografo maddalenino. Celebre per il rigore del suo bianco e nero neorealista, Pinna appare qui sotto una luce nuova, vibrante e cromatica. Attraverso circa ottanta scatti recuperati e restaurati digitalmente, il visitatore attraversa la Sardegna degli anni Cinquanta e Sessanta scoprendo una terra arcaica ma già percorsa dai fremiti della modernità. Il colore, utilizzato da Pinna per le grandi riviste illustrate del tempo, non è un semplice decoro ma un elemento vivo che documenta riti, volti e paesaggi con una precisione che Federico Fellini definiva ierofante, sospesa tra l’occhio dello scienziato e quello del poeta. Proseguendo nel percorso museale, il ritmo cambia drasticamente per farsi fisico e immersivo con la personale di Franco Mazzucchelli, intitolata “Blow Up”. Qui la scultura perde la sua staticità tradizionale per farsi d’aria e di plastica. Mazzucchelli, pioniere della sperimentazione con i materiali sintetici, invade le sale con i suoi iconici gonfiabili in PVC. È un’arte che invita al contatto, al gioco e alla partecipazione collettiva, rievocando quegli “abbandoni” che negli anni Settanta portarono l’arte fuori dai musei per lasciarla nelle piazze o davanti alle fabbriche. Il cuore dell’esposizione è una grande installazione site-specific che avvolge interamente una sala, una sorta di membrana traspirante che inghiotte il visitatore in una bolla metafisica, annullando i confini tra l’architettura rigida del museo e la morbidezza del corpo umano. A fare da contrappunto a questa espansione fisica interviene la pittura di Alfredo Casali con la mostra “Isolitudine”. In questo capitolo finale di un anno che il MAN ha dedicato interamente al concetto di isola, Casali traduce il senso del limite e del confine in una sintesi geometrica e poetica. Il neologismo che dà il titolo all’esposizione descrive una condizione dell’anima, un sentimento che accomuna chi abita una terra circondata dal mare: una solitudine che non è isolamento, ma una consapevolezza ancestrale di appartenenza. Attraverso simboli ricorrenti come la casa, l’albero o la vela, Casali costruisce una mappatura della coscienza fatta di segni lenti e silenzi morandiani, offrendo un porto sicuro di riflessione metafisica dopo l’energia partecipativa dei gonfiabili.
Insieme, queste tre mostre – visitabili fino al primo marzo 2026 – compongono un ritratto sfaccettato dell’uomo contemporaneo. Se Pinna ci ricorda da dove veniamo attraverso la verità del documento fotografico, Mazzucchelli ci spinge a riappropriarci dello spazio pubblico e privato con il gesto ludico, mentre Casali ci riporta all’essenzialità del segno e del pensiero. Il MAN si conferma così non solo come un luogo di conservazione, ma come un centro vivo dove il respiro di una scultura d’aria può convivere armoniosamente con la densità di una tela o la memoria di uno scatto ritrovato.
Davide Mosca







