Aurelio Amendola ha una dote rara: sa guardare i capolavori del passato senza farsi schiacciare dalla loro monumentale importanza. Per lui, la grande scultura non è un feticcio intoccabile da osservare a distanza di sicurezza, ma una materia viva, un interlocutore silenzioso con cui stabilire un contatto diretto. Trent’anni dopo la sua storica mostra del 1995 dedicata alle Cappelle Medicee, il fotografo pistoiese torna a Palazzo Reale di Milano con una retrospettiva che ne riassume e ne celebra la lunghissima carriera. Dal 16 giugno al 6 settembre 2026, le sale espositive in Piazzetta Reale ospitano “Aurelio Amendola. Capolavori fotografati”, un percorso solido ed essenziale che mette in fila cinquant’anni di ricerca visiva. Promossa dal Comune di Milano Cultura, prodotta da Palazzo Reale e realizzata in stretta collaborazione con l’Associazione Culturale BUILDING, l’esposizione raccoglie 85 fotografie di grande formato scattate tra il 1976 e il 2025. Il percorso non segue una rigida cronologia descrittiva, ma si sviluppa attorno al nucleo più autentico della poetica di Amendola: il dialogo ravvicinato con la forma, la superficie e l’umanità che si cela dietro la creazione artistica. Da una parte ci sono i giganti della scultura universale: Michelangelo, Bernini e Canova. Nelle immagini di Amendola, il marmo perde la sua rigidità museale e la sua freddezza istituzionale. Grazie a un uso sapiente, quasi artigianale, della luce e del contrasto, il fotografo riesce a far emergere i dettagli più intimi e nascosti delle opere, come la grana della pietra, la morbidezza di un panneggio o la tensione di un muscolo. Le sculture del passato vengono così sottratte alla loro fissità storica per rientrare nel flusso del tempo presente. Dall’altra parte della sala, l’obiettivo si sposta sul Novecento e sulle avanguardie, raccontate attraverso i gesti, i corpi e i laboratori di Alberto Burri, Emilio Vedova e Hermann Nitsch. In questo secondo filone, la fotografia di Amendola cambia passo. Non si limita a documentare l’opera finita o a fare il ritratto di posa all’autore, ma si immerge nell’azione stessa del fare arte. Cattura la materia lacerata di Burri, il segno dinamico e furente di Vedova, la complessa ritualità delle performance di Nitsch, restituendo l’identità profonda dell’artista nel preciso momento dell’intuizione creativa. Per la città di Milano, il vero baricentro della mostra è rappresentato da una sezione interamente inedita dedicata al Duomo. Amendola sceglie deliberatamente di non fotografare la cattedrale come un semplice monumento simbolo o come un fondale architettonico da cartolina. Al contrario, decide di trattare l’immensa struttura gotica come se fosse un unico, gigantesco blocco di pietra scolpito dal tempo e costantemente ridefinito dal passaggio della luce solare. Il risultato è una serie di scatti che mettono in risalto la natura plastica e quasi organica della cattedrale, rivelando dettagli che spesso sfuggono all’occhio del passante distratto. Accompagnata da un catalogo approfondito edito da Skira, la mostra offre al pubblico uno sguardo concreto, misurato e del tutto privo di retorica su come la fotografia possa diventare uno strumento di reinterpretazione e non di semplice riproduzione della storia dell’arte. C’è tempo fino al 6 settembre per osservare questi capolavori da una prospettiva diversa e decisamente più vicina.
Davide Mosca







