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L’arte fiabesca e cupa dell’enfant prodige Salvatore Fancello

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25/08/2022

Un artista sardo poco noto al grande pubblico che però, nonostante la sua breve esistenza, è stato un assoluto protagonista del panorama dell’arte italiana del Novecento. Al pari di Leoncillo e Fontana

Il continuo viavai di persone. Le voci di chi si confronta e discute. C’è chi ha fretta di accedere ai piani superiori, chi si saluta e chi è al telefono e si sofferma distrattamente con lo sguardo di fronte ai disegni rappresentati sulle pareti di granito del piano terra del Consiglio Regionale della Sardegna a Cagliari. Un graffito che sembra rappresentare un eden di segni, animali, uomini. Un’opera d’arte che racchiude più storie e tutte affascinanti. Una delle ultime, forse l’ultima, realizzata da Costantino Nivola, uno degli artisti sardi più conosciuti e apprezzati al mondo. Un omaggio dello scultore morto nel 1988, chiamato ad abbellire con le sue creazioni il Palazzo della Regione, ad un suo intimo amico scomparso troppo giovane per ricevere il meritato riconoscimento e fama internazionale che avrebbe sicuramente guadagnato nel tempo con il suo lavoro. Perché Salvatore Fancello, così si chiamava quel giovane, era nato a Dorgali nel 1916 ed è stato uno dei più grandi disegnatori e ceramisti italiani. Quell’opera presente oggi in Regione si ispira proprio al “Disegno ininterrotto” di Fancello dono di nozze di quest’ultimo a Nivola nel 1938: un rotolo di carta per telescrivente lungo oltre sei metri e alto quasi trenta centimetri raffigurante una sorta di disegno rupestre con tinte tenui e figure naturali dove coesistono piante, animali, segni ed esseri umani. Oggi il “Disegno ininterrotto” è esposto a Dorgali così come molte delle sue creazioni nel museo a lui interamente dedicato.

Dalla sua morte, nel 1941 in Albania durante il secondo conflitto mondiale, dopo un iniziale cordoglio generale ed esaltazione della figura dei più grandi artisti italiani come Gio Ponti e la rivista Domus o come Giuseppe Pagano, il suo nome è pressoché scomparso dai radar. Un fascino interrotto che ha ripreso, però, a splendere grazie alla casa Editrice Ilisso e all’editore Sebastiano Congiu che nella struttura museale di “Spazio Ilisso” di Nuoro ha, poi, dedicato un’intera sala alle opere più belle dell’artista: «Fancello muore alla soglia dei 25 anni – ha spiegato l’editore – e poco dopo la sua scomparsa gli artisti che lo amavano gli dedicarono un’importante mostra a Brera a Milano. Nonostante fosse un genio – ha proseguito Congiu – da allora non si fece più nulla fino all’88 quando decidemmo di portare avanti una ricerca e dare alle stampe una prima monografia firmata da Salvatore Naitza, un successivo volume più divulgativo e l’organizzazione di due mostre, una a Dorgali e l’altra alla cittadella dei Musei di Cagliari.

Nel 2016, poi, in occasione del centenario dell’artista abbiamo pubblicato la monografia completa curata dalla professoressa Giuliana Altea dal titolo “Fancello. Lo spazio della Metamorfosi”». Una meteora, dunque, che ha attraversato la costellazione del panorama artistico del ‘900 italiano lasciando sicuramente una traccia indelebile del suo passaggio. «Considerarlo nel contesto regionale dell’arte sarda è riduttivo – ha spiegato Giuliana Altea – perché benché fosse nato nell’isola ha vissuto quasi sempre al di fuori della Sardegna. Fancello ha avuto un percorso artistico brevissimo: arriva a Monza quattordicenne, praticamente ancora un bambino. In mezzo bisogna metterci il servizio militare, che gli porta via qualcosa come due o tre anni. Quindi rimane veramente poco tempo per il suo lavoro di artista una volta conclusa la fase formativa; e la maggior parte di questo periodo l’ha trascorsa fuori dalla Sardegna, per quanto durante brevi soggiorni nell’Isola abbia trovato modo di fornire disegni alle botteghe artigiane di Dorgali. Era ben inserito – prosegue Altea – in un ambiente culturale che all’epoca era il più dinamico d’Italia: quello della cerchia degli architetti che ruotavano intorno alle riviste Casabella e Domus, delle Triennali, dell’ufficio pubblicità Olivetti dove lavoravano i suoi amici Nivola e Pintori. Fancello, benché sia stato spesso definito dalla critica – e anche dallo stesso Nivola – un talento naturale e spontaneo, un “primitivo” indipendente da influssi esterni, in realtà aveva subito l’imprinting della scuola di Monza, l’Istituto Superiore delle Industrie Artistiche, dove aveva studiato insieme a Giovanni Pintori e a Nivola stesso, sotto la guida di Eduardo Persico, un critico molto influente in Italia a cavallo delle due guerre, poi morto nel 1936 in circostanze misteriose. Un altro personaggio che ha influito moltissimo su Fancello è stato Lucio Fontana. Fancello lo conosce nel 1938 ad Albissola quando va a lavorare nella fabbrica di ceramiche di Tullio Mazzotti, un protagonista della ceramica futurista. La vicinanza a Fontana è evidente nell’evoluzione del suo stile. Le prime ceramiche realizzate durante gli studi a Monza o subito dopo sono figure compatte, tondeggianti, plastiche, spesso caratterizzate da uno spirito umoristico quasi da cartoon. Più tardi queste forme si sciolgono, si animano, diventano dinamiche, sono coinvolte in un processo metamorfico che trasforma il vegetale in animale, l’organico in inorganico. Un rinoceronte diventa un’isola, una ragazza diventa un paesaggio, in una mutazione continua. Questo aspetto della metamorfosi attinge a sua volta al surrealismo, tendenza all’epoca non molto seguita in Italia perché bollata come morbosa e malsana dalla cultura fascista». Le tecniche utilizzate da Fancello sono fondamentalmente due: il disegno e la ceramica. Da un punto di vista tematico c’è il riferimento naturale e quindi la presenza degli animali, c’è questa tonalità fantastica, questa dimensione fiabesca, ma presto in questa dimensione fiabesca si affaccia l’ombra della morte, un pessimismo di fondo, un senso della caducità dell’esistenza umana. Una consapevolezza che comincia ad apparire dalla seconda metà degli anni ’30.

«Il senso della morte è un aspetto che generalmente non viene segnalato – sottolinea Altea -. Uno vede questi animaletti rosa e celeste, queste mucche sorridenti, questi leoni che corrono e pensa a un immaginario infantile e sereno, da parco giochi. Ma in realtà non è così: le bestie uccidono e muoiono, sono prede e predatori. Dietro all’universo trasognato di Fancello c’è la legge terribile dell’esistenza, la legge della sopraffazione del più forte sul più debole». «Nell’ambiente artistico – continua Altea – il talento di Fancello fu immediatamente riconosciuto. Nel 1940 venne definito l’enfant prodige della ceramica italiana insieme a Leoncillo, un altro grande ceramista. Dopo la sua morte si parla molto di Fancello come protagonista della ceramica, e non si tratta di un riconoscimento settoriale. Oggi la qualifica di ceramista suona un po’ limitativa rispetto a quella di artista, ma negli anni ’40 la ceramica era vista come scultura, una forma di scultura colorata degna di particolare interesse in quanto utile a sviluppare la fusione tra pittura, scultura, architettura e arti applicate, quella che allora si chiamava la “sintesi delle arti”». C’è poi il tema politico. «Subito dopo la morte di Fancello, il suo maestro Giuseppe Pagano – architetto razionalista che lascerà il partito fascista per diventare un eroe della resistenza – parla di lui pubblicamente come di un giovane talento immune da compromessi e dalle scelte compiacenti che tanti altri artisti avevano fatto nei confronti della dittatura. In realtà non sappiamo se Fancello fosse antifascista, ma è significativo che questa posizione gli venisse attribuita: il giovane artista diventa in definitiva una specie di simbolo della cultura italiana d’avanguardia, che nel dopoguerra cerca di presentarsi come indipendente dal fascismo». Le opere dell’artista sono oggi visibili in tre spazi espositivi della Sardegna, lo Spazio Ilisso a Nuoro, il Museo Fancello a Dorgali e il Man a Nuoro. «Il fascino di questo artista – conclude Altea – nasce dalla coesistenza tra un immaginario poetico favoloso e fiabesco e un’ombra di malinconia da cui trapela una consapevolezza più profonda e cupa del senso dell’esistenza».

Davide Mosca

Credits

  • Portrait of Salvatore Fancello in Milan, late 1930s, and Landscapes in the clouds, ink and tempera on paper, 1937
  • The galzed terracottas Fight between Horse and Bull, and Monkey Covering its eyes, 1938-1939. Purple Rhinoceros, tempera on paper, 1937
  • the beloved wild boars in tempera on paper and glazed terracotta Lions and Boars. 1937-38. Nuoro Archive for Applied arts
  • the Uninterrupted drawing. 1938. Ink and watercolour on teletype paper. Held at the Fancello Museum in Dorgali, the work was a gift from Guggenheim Nivola.
  • For all images, we thank Spazio Ilisso in Nuoro
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