Venezia si riscopre intima, sussurrata, profondamente umana. Sabato 9 maggio ha aperto al pubblico la 61esima Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, e i primi dati affluiti dalle sedi storiche dei Giardini e dell’Arsenale confermano un debutto straordinario: sono stati circa 10mila i visitatori nel solo primo giorno di apertura, segnando una crescita del 10% rispetto all’edizione del 2024. Un successo di pubblico anticipato dal fermento dei quattro giorni di pre-apertura, che hanno registrato quasi 28mila accreditati e la presenza di oltre 3.700 giornalisti arrivati da tutto il mondo. Ma al di là dei numeri, a colpire dritto al cuore è la genesi stessa di questa edizione, intitolata In Minor Keys e curata da Koyo Kouoh, la celebre direttrice artistica precocemente scomparsa nel maggio dello scorso anno. La realizzazione di questa Biennale rappresenta un caso unico di devozione intellettuale e affettiva. Nominata nel novembre 2024, Koyo Kouoh aveva già interamente tracciato la rotta della mostra prima della sua scomparsa, definendo il testo teorico, la selezione dei 110 artisti, l’identità grafica e la struttura degli spazi. Con il pieno sostegno della famiglia, La Biennale di Venezia ha scelto di onorare questo lavoro rispettandone ogni singola intenzione. A tradurre il sogno in realtà è stato il team di consulenti e ricercatori scelto originariamente da Kouoh: Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Hélène Pereira, Rasha Salti, Siddhartha Mitter e Rory Tsapayi. Un gruppo dislocato in cinque città e tre continenti diversi – da Londra a Beirut, da Città del Capo a New York – che, attraverso un intenso lavoro a distanza e seminari chiave a Venezia e a Dakar, ha dato corpo a una partitura curatoriale già scritta.
L’ultimo atto collettivo guidato da Kouoh si è svolto nell’aprile 2025 a Dakar, presso la RAW Material Company, il centro culturale da lei fondato. In quella settimana sono state poste le basi della mostra, mappando pratiche attorno a temi emersi in modo naturale come l’incantamento, la fecondità e la condivisione. L’ultimo giorno la curatrice ha assegnato a ciascuno una missione: la mostra ormai aveva assunto forme concrete e si poteva quasi sentire la musica che con tanta grazia Kouoh aveva composto sotto l’ombra di un albero di mango. A causa dei tempi drammaticamente stretti, la direttrice artistica non ha fatto in tempo a definire i Leoni d’Oro alla carriera, che per questa edizione non saranno assegnati. Un’assenza che paradossalmente amplifica il vuoto lasciato e la purezza dell’esposizione, focalizzata interamente sulla coralità delle opere. Il Presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, ha descritto il progetto di Kouoh come un saggio fulminante permeato di sacralità, capace di rimettere al centro la persona e il recupero dei rapporti umani nati nei cortili e nel vicinato urbano. Giunge dalla dinamo dell’Africa, e da una delle sue voci più importanti, il sussurro che ci riconduce all’essenziale, una dimensione umana che una parte di mondo, quello più opulento e sazio, identificato nella parola “Occidente”, da tempo ha perso di vista.
In Minor Keys rifiuta la rigidità delle sezioni enciclopediche per muoversi secondo priorità sotterranee e risonanze tra i partecipanti provenienti da contesti geografici differenti, come Salvador, San Juan, Parigi e Nashville. Tra le suggestioni teoriche emergono forti i riferimenti letterari al realismo magico e alla fluidità temporale, ispirati a pietre miliari come Beloved di Toni Morrison e Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez. L’architettura della mostra, affidata allo studio Wolff Architects di Città del Capo, accoglie i visitatori con grandi banner color indaco sospesi dal soffitto che sfiorano il pavimento, pensati per marcare la soglia sensoriale e preparare i sensi al transito tra un ambiente e l’altro. Il percorso si articola attraverso motivi concettuali precisi. La Sala Chini introduce alla dimensione denominata “Are” (“Shrines”), concepita come omaggio a due straordinari creatori di mondi che prediligevano la forza generativa dell’arte rispetto alla logica del mercato: l’artista e poeta senegalese Issa Samb, mentore di Kouoh, e l’artista americana Beverly Buchanan, nota per il suo approccio anti-monumentale alla Land Art. C’è poi il motivo della “processione”, ispirato ai carnevali del mondo afroatlantico, che invita il pubblico a unirsi al movimento per scardinare i canoni dominanti. Le “Scuole” emergono invece come ecosistemi transnazionali di apprendimento autonomo e responsabilità sociale, mentre il tema del “riposo” offre installazioni multisensoriali e oasi che evocano giardini creoli e cortili, concepiti come luoghi di sosta e contemplazione profonda. Il corpo diventa infine veicolo politico e di guarigione nel programma di performance: ai Giardini della Biennale, una processione di poeti evocherà il Poetry Caravan, lo storico viaggio che Koyo Kouoh intraprese nel 1999 con nove poeti africani da Dakar a Timbuctu, richiamando la figura tradizionale dei griot come custodi della memoria. La Biennale estende le sue radici anche in terraferma. Presso la Polveriera austriaca di Forte Marghera a Mestre, gli interventi di Temitayo Ogunbiyi, Uriel Orlow e Fabrice Aragno declinano i temi della mostra attraverso il gioco, le mappe botaniche e una reinterpretazione tridimensionale del cinema di Jean-Luc Godard. All’Arsenale, il Padiglione delle Arti Applicate, in collaborazione con il Victoria and Albert Museum di Londra, ospita l’artista Gala Porras-Kim, che analizza con sguardo critico le convenzioni istituzionali e le procedure di conservazione dei musei, dialogando apertamente con il concetto di archivio esplorato nella mostra principale. Restano saldi i pilastri formativi dell’istituzione veneziana: il progetto Biennale Sessions vede già l’adesione di 50 università e istituti di alta formazione, mentre le attività Educational si preparano a coinvolgere migliaia di studenti e famiglie attraverso percorsi guidati e laboratori interattivi. Il catalogo ufficiale, edito dalla Biennale in due volumi, rispecchia lo spirito collaborativo di Kouoh. A ogni artista sono dedicate due doppie pagine con un saggio critico e il contributo di un autore terzo, affiancati da otto saggi critici inediti e cinque “Invocazioni” letterarie. L’identità grafica, curata da Clarissa Herbst con Alex Sonderegger, si ispira al concetto giapponese di komorebi — la luce che filtra tra le foglie degli alberi — traducendosi in sfumature di grigio e tonalità capaci di evocare il sollievo e la quiete della natura. Sul fronte ambientale, la Biennale prosegue la sua transizione ecologica. Dopo aver ottenuto la certificazione di neutralità carbonica nel triennio 2022-2024 e puntato alla certificazione ISO 14067 nel 2025, l’obiettivo per il 2026 rimane l’azzeramento dell’impatto ambientale attraverso l’uso di energia rinnovabile, il riciclo dei materiali espositivi, l’ottimizzazione della logistica e la sensibilizzazione sulla mobilità dei visitatori. Sostenuta dal Partner Esclusivo Bvlgari, dal Main Sponsor illycaffè e dal media partner Rai, la 61. Esposizione Internazionale d’Arte rimarrà aperta fino al 22 novembre 2026. Venezia ha appena iniziato a respirare al ritmo di questo sussurro potente, una sinfonia in accordi minori destinata a lasciare un segno indelebile nella storia dell’arte contemporanea.

Davide Mosca

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