Le recenti, eccezionali scoperte nella villa di Civita Giuliana, a ridosso degli scavi di Pompei, stanno svelando dettagli inattesi e crudeli sulla vita del quartiere servile, gettando una luce nuova sul trattamento riservato agli schiavi, quelli che i romani definivano con cinica pragmatica instrumentum vocale, ovvero “strumenti parlanti”. La campagna di scavo in corso, finanziata anche con un contributo del ministero della cultura, ha portato alla luce prove concrete di un paradosso storico già suggerito dalle fonti: la nutrizione degli schiavi, in quanto forza lavoro preziosa, poteva essere persino migliore di quella di alcuni cittadini “liberi” impoveriti. Nel quartiere servile di questa grande dimora, in un ambiente al primo piano, sono state rinvenute anfore contenenti fave, inclusa una semivuota, e un grande cesto che conservava resti di frutta, identificata come pere, mele o sorbe. Questi non erano lussi, ma integratori essenziali. Il padrone, consapevole che il valore di uno schiavo poteva raggiungere migliaia di sesterzi, aveva chiaramente integrato la dieta standard basata sul grano con alimenti ricchi di vitamine e proteine. Questo accorgimento era cruciale per garantire la “piena efficacia” degli strumenti di produzione e prevenire le malattie legate alla malnutrizione che avrebbero potuto minare la produttività di una forza lavoro stimata in circa cinquanta persone solo per questo che è uno dei più grandi quartieri servili noti. La conservazione degli alimenti al primo piano, in un’area dove le indagini continueranno, rispondeva a una doppia necessità: proteggere i viveri da parassiti come i topi e i ratti, i cui resti sono stati trovati al pianterreno privo di vero pavimento, e facilitare il razionamento e il controllo. I viveri venivano probabilmente gestiti dai servi più fidati, che esercitavano la sorveglianza sugli altri, garantendo che l’allocazione fosse strettamente basata sulle mansioni, sull’età e sul sesso di ciascuno. Le indagini archeologiche, che hanno interessato il settore nord al di sotto dell’attuale via Giuliana, hanno inoltre riportato alla luce strutture murarie dei piani superiori e, al piano terra, calchi straordinari. Tra questi, un calco dell’anta di una porta a due pannelli con borchie di ferro e, forse ancora più significativo, un calco interpretabile come un attrezzo agricolo, forse un aratro a spalla o la stegola che serviva a guidare l’aratro. È proprio questo quadro, dove gli esseri umani sono trattati alla stregua di attrezzi e macchine, a rendere palese, come commenta il direttore di Pompei, Gabriel Zuchtriegel, l’assurdità del sistema schiavistico. La scoperta che gli schiavi potessero mangiare meglio di alcuni uomini formalmente liberi costretti a chiedere l’elemosina mette in crisi la rigida separazione sociale e spiega perché, già nell’antichità, filosofi come Seneca e San Paolo arrivassero a riflettere sulla possibilità che, in fondo, tutti potessero essere considerati in qualche modo schiavi o liberi, almeno nell’anima. La villa di Civita Giuliana, oggetto di una campagna di scavo intensificata dal 2017 in collaborazione con la procura per fermare il saccheggio sistematico, continua a offrire dati essenziali. Attualmente è in corso un progetto per ampliare gli scavi del quartiere servile, demolendo alcune costruzioni moderne sovrastanti, con l’obiettivo di ricostruire un quadro completo dell’estensione della villa. Queste scoperte non solo arricchiscono la nostra conoscenza storica, ma servono da monito potente, ricordandoci che la schiavitù, pur sotto altre forme e nomi, resta ancora oggi una realtà globale.
Davide Mosca








