Anselmo Bucci non era un artista facile da incasellare, e forse è per questo che la storia dell’arte ha impiegato così tanto tempo a restituirgli lo spazio che meritava. È stato l’uomo che ha dato il nome al “Novecento italiano”, il movimento che ha segnato il ritorno all’ordine in Italia, ma è stato anche il primo a sbattere la porta quando ha sentito che quell’etichetta iniziava a stargli stretta. Al Mart di Rovereto, dal 28 marzo al 27 settembre 2026, la mostra curata da Beatrice Avanzi e Luca Baroni prova finalmente a raccontare questa parabola umana e artistica fuori dal comune attraverso oltre 150 opere che ne ricostruiscono l’inquietudine e la genialità. Il percorso espositivo rivela un Bucci profondamente europeo, un marchigiano che trovò la sua vera voce tra i caffè di Parigi e le strade di Milano. Non a caso, i suoi primi estimatori non furono i critici di casa nostra, ma giganti come Guillaume Apollinaire e le testate internazionali, che riconobbero subito in lui un osservatore privilegiato della modernità. Che si tratti di dipinti vibranti di luce postimpressionista, di incisioni taglienti o di fotografie, la sua produzione è attraversata da una libertà tecnica rara, nutrita sia da una cultura figurativa colta, sia da una sensibilità letteraria che lo portava a scrivere con la stessa intensità con cui impugnava il pennello. Uno dei momenti più intensi della rassegna è quello dedicato alla Grande Guerra. Bucci non la guardò da lontano: fu un artista-soldato in prima linea, capace di trasformare il fango e la violenza delle trincee in una testimonianza visiva che ancora oggi colpisce per la sua cruda attualità. Eppure, nonostante questo bagno di realtà, l’artista non perse mai la sua capacità di guardare al mito e alla bellezza classica, muovendosi con estrema naturalezza tra i ritratti femminili, le vedute urbane e lo studio accurato del mondo animale. La mostra di Rovereto ha anche il merito di presentare al pubblico un inedito assoluto: “I Maschi”. Si tratta di un’opera monumentale, restaurata appositamente per questa occasione, che mette in scena un conflitto simbolico tra i sessi con le Amazzoni che sopraffanno un gruppo di cacciatori. In questo dipinto, che non era mai stato esposto prima in un museo, si concentra tutta la capacità di Bucci di fondere la formazione parigina con la solidità plastica del Novecento Italiano. È il suggello perfetto per una figura che, pur essendo rimasta a lungo in una posizione defilata rispetto ai grandi nomi del secolo scorso, emerge oggi come un pilastro fondamentale per capire le contraddizioni e il fascino dell’arte del primo Novecento tra Italia ed Europa.
Davide Mosca











