Il pianoforte ha conquistato di nuovo Milano, lasciandosi alle spalle tre giorni in cui la metropoli si è trasformata in un’unica, immensa cassa di risonanza. La sedicesima edizione di Piano City Milano, andata in scena dal 15 al 17 maggio 2026, si è conclusa confermandosi come il più grande esperimento di musica diffusa in Europa: una mappatura sonora capace di ridisegnare i confini urbani attraverso la purezza meccanica e vibrante degli ottantotto tasti. Al centro di tutto è rimasto lo strumento acustico d’eccellenza, che ha saputo abitare e trasformare ogni spazio, dai cortili di via Moscova fino alle torri del Gratosoglio.
L’apertura ufficiale di venerdì 15 maggio ha visto salire sul Main Stage della GAM (Galleria d’Arte Moderna) Sofiane Pamart. Il “pianista haute couture” ha inaugurato il festival mescolando eleganza classica e attitudine street davanti a una platea gremita. Da quel momento, il programma ha offerto un mosaico di generi volto a esaltare la massima versatilità dello strumento. All’ADI Design Museum, il polistrumentista Enrico Gabrielli si è cimentato in un’impresa meditativa, eseguendo l’integrale di Ambient 1: Music for Airports di Brian Eno, riletta esclusivamente per pianoforte e loop. C’è stato spazio anche per la storia della letteratura pianistica, con una maratona dedicata a Liszt alla Rotonda della Besana e gli omaggi per i centenari di giganti del Novecento quali György Kurtág, Hans Otte e Hans Werner Henze, fino ad arrivare al jazz visionario di Tigran Hamasyan, che ha avuto il compito di chiudere ufficialmente la manifestazione nella serata di domenica 17.
Il festival ha mantenuto intatta la sua anima popolare, unendo la musica al paesaggio urbano in momenti suggestivi come i concerti all’alba. Sabato 16 maggio le prime luci del giorno sono state accompagnate dalle note di Zharko Paunov al Laghetto di San Donato Milanese, mentre l’alba di domenica ha visto protagonista l’islandese Snorri Hallgrímsson nella cornice storica del Velodromo Maspes-Vigorelli. La musica ha invaso anche i contesti lavorativi e quotidiani attraverso la “Piano Promenade a Moscova”, un asse tra studi legali e showroom di design che ha ospitato una serie di concerti tra il classico e il jazz con le esibizioni di artisti come Michele Fedrigotti e Giovanni Cristino. Anche le periferie sono diventate centri nevralgici: in Viale Suzzani si è tenuto un vero e proprio Piano Street Party grazie alle performance di Arturo Stàlteri ed Edoardo Vilella, che hanno portato la maestosità dello strumento direttamente in mezzo alla strada. I Bagni Misteriosi hanno invece ospitato le esplorazioni di Alessandro Sgobbio e Ze in the Clouds, in un serrato dialogo tra legno, corde e circuiti elettronici, mentre alle Torri Bianche di Gratosoglio Nicolas Horvath ha eseguito la prima italiana di Assassin’s Creed: The Piano Collection, aprendo alla sperimentazione pop e digitale.
Sebbene tutti i concerti fossero gratuiti, la complessa macchina organizzativa diretta da Ricciarda Belgiojoso e Titti Santini ha richiesto una pianificazione attenta, specialmente per gli appuntamenti più intimi. Le prenotazioni sono andate esaurite per gli House Concert nelle abitazioni private – dove il pianoforte è entrato nel cuore della dimensione domestica – e per i concerti in location a capienza limitata come Apple Piazza Liberty, Fondazione Feltrinelli e Villa Necchi Campiglio. Con la conclusione di questa edizione, Piano City Milano 2026 ha dimostrato di non aver semplicemente occupato gli spazi, ma di averli abitati attraverso una partecipazione collettiva che ha coinvolto istituzioni, artisti e cittadini. Il capoluogo lombardo, ancora una volta, ha dimostrato di saper suonare all’unisono.
Davide Mosca





